L’8 giugno è la Giornata mondiale degli oceani. Una giornata importante perché dal mare, che l’uomo sta facendo collassare, dipende la vita della Terra. Pesca intelligente, pulizia, ricostruzione degli habitat, surriscaldamento: la transizione ecologica dovrà toccare tutti questi temi, ma ci vorranno anni prima di poter vedere dei risultati.
Cresce la temperatura degli oceani. I cambiamenti climatici globali sono la causa dell’aumento della temperatura superficiale degli oceani: si stima che entro il 2100 aumenterà di 1-4 °C. Con il riscaldamento degli oceani, cambia la circolazione dei mari, cambiano i regimi di evaporazione e, con essi, le precipitazioni sulla terraferma. Tutto questo ha effetti sui cicli biologici delle specie in mare e sulle loro difese immunitarie nei confronti delle malattie, che appaiono sempre più frequenti e diffuse. Sono moltissimi gli organismi che stanno già subendo le conseguenze di questi processi, e metà della Grande barriera corallina australiana è in regressione.
Le specie tropicali colonizzano anche gli ambienti che prima erano troppo freddi per loro e sostituiscono le specie di acque temperate o fredde che, a loro volta, o si spingono in profondità o si spostano verso i Poli. La diffusione di specie aliene sta alterando le reti trofiche e il funzionamento dei nostri mari.
Si alza il livello del mare. I cambiamenti climatici globali provocano anche il progressivo innalzamento del livello del mare, mettendo a rischio gli ambienti costieri. C’è poi il problema dell’acidificazione degli oceani: è dovuta all’eccesso di anidride carbonica nell’atmosfera che, sciogliendosi in mare, produce acido carbonico. L’effetto è quello di alterare i processi di formazione degli scheletri calcarei di coralli, crostacei e bivalvi, con forti impatti anche sulla biodiversità.
A questo si aggiunge la deossigenazione degli oceani, con la progressiva estensione di aree anossiche e quasi del tutto prive di vita: sono zone morte, come quella che si forma nel Golfo del Messico, che periodicamente copre anche oltre 22.000 km². I fertilizzanti usati in agricoltura e portati in mare dal fiume Mississippi provocano un’esplosione di alghe microscopiche: quando muoiono, il processo di decomposizione a opera di batteri consuma l’ossigeno nell’acqua. E lo stesso problema si ha nel mar Baltico.
I coralli muoiono. Poi c’è l’inquinamento. Tutto quello che facciamo a terra prima o poi finisce in mare. La plastica galleggiante è il fenomeno più evidente, ma esistono inquinamenti molto più subdoli. I pesticidi e i nutrienti di uso agricolo arrivano al mare, così come i reflui urbani e quelli industriali. Ne deriva un progressivo degrado degli ambienti costieri. A leggere questa sfilza di impatti sembra quasi che non ci siano più speranze.
Tuttavia, la biodiversità ha capacità di recupero e diventa presto rigogliosa nelle aree marine protette ben gestite. Ci sono stati segnali di ripresa anche con il rallentamento delle nostre attività con la pandemia: se si arresta l’impatto dell’uomo, le popolazioni naturali si ricostituiscono. Alcune componenti degli ecosistemi, come le alghe e i piccolissimi erbivori che pullulano nei mari (soprattutto crostacei del plancton), si rinnovano rapidamente.
Biodiversità a rischio. Altre popolazioni, invece, come le foreste di alberi secolari, richiedono centinaia di anni per recuperare: è il caso delle scogliere coralline, delle foreste di coralli profondi, dei grandi squali, dei mammiferi marini e delle praterie di piante marine. Se li distruggiamo, direttamente con pratiche di pesca sconsiderate, o indirettamente col cambiamento globale, rischiamo di perderli per sempre.
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